FICO E FICO D'INDIA

FICO

Frutto antichissimo, già gustato dagli Egizi, il fico può essere consumato fresco oppure essiccato.

Il frutto fresco contiene una grande quantità di zuccheri, tante vitamine, molti sali minerali, calcio, potassio, ferro, fosforo e pochissima cellulosa.

A settembre ed ottobre si trova quello “settembrino”, dal colore violaceo e dal sapore più zuccherino e concentrato rispetto a quello estivo chiamato il “fiorone”.

La pronta biodisponibilità in zuccheri e sali minerali , tutti poi concentrati in un'unica unità così piccola, rende il fico alimento ideale per riequilibrare organismi debilitati o sottoposti ad uno sforzo fisico o mentale intenso (basti pensare per esempio al “fico mandorlato” alimento composto prezioso dopo una forte sudorazione).

Ha poi una azione lassativa dovuta sia alla presenza dei semi nella polpa che alle mucillagini della buccia e delle fibre.

Un’indicazione terapeutica già conosciuta nell’antichità è quella del decotto o della tisana da utilizzare in tutte le patologie respiratorie.

La tisana, che si realizza mettendo a bollire in infuso 4 o 5 fichi secchi in una tazza grande di acqua e poi filtrando e dolcificando con miele, va sorseggiata durante la giornata ed aiuta a fluidificare la tosse secca e disinfiammare l’albero bronchiale.



FICO D’INDIA

Originaria del Sud America, questa pianta si è ambientata benissimo in tutto il bacino del Mediterraneo perché ha solo bisogno di tanto sole.

Le sue foglie, trasformate in spine, trattengono infatti anche la poca acqua e umidità dei terreni aridi.

Il frutto matura tra settembre ed ottobre, ha una polpa zuccherina e concentrata che contiene zuccheri, vitamina C e mucillagini. Contiene inoltre pectina e tannino, una miscela capace di legare i grassi e gli zuccheri ingeriti in un pasto e di renderli così meno assorbibili.

Queste sue proprietà, unite ad un senso di benessere e di pienezza che si prova nel mangiare questo frutto, ne fanno un alimento utile sia nelle sindromi metaboliche, che in quelle patologie alimentari in cui è alterata la percezione della fame e della sazietà.

Il consiglio terapeutico deriva da una esperienza antica e contadina: utilizzare la polpa fresca dei “cladodi” (i fusti ) direttamente sulle ferite o sulle ulcere cutanee, sfruttandone la capacità antiflogistica e riepitelizzante.



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